I costi dei fondi comuni sono destinati a scendere?

I costi dei fondi comuni hanno un impatto negativo sulla loro performance: è il risultato di due studi. Il primo è firmato da Russel Kinnel, direttore della ricerca sugli investimenti di Morningstar. Secondo lo studio, il TER (Total Expense Ratio) è “il maggiore predittore dei rendimenti futuri”, a prescindere dalle classi dei fondi, asset class, track record del fondo.

Ha tratto conclusioni simili Mark Jensen, ricercatore e policy advisor presso la Fed di Atlanta. Jensen ha studiato più di 5.000 fondi azionari Usa nel periodo 1961-200. I risultati? Solo il 20% di essi ha ottenuto una performance tale da coprire i costi e il 95% ha conseguito un extra-rendimento superiore alle commissioni di 1,5 punti base.

Ma le brutte notizie per i risparmiatori non finiscono qui. Il problema degli alti costi è particolarmente grave in Italia, Germania e Francia: i tre paesi coi maggiori costi distributivi stando a un rapporto di New City Initiative, think-tank con sede a Londra. Nello specifico, in Germania i costi superano i €190.000, €130.000 in Italia e €120.000 in Francia. La buona notizia è che i regolatori se ne stanno accorgendo e stanno iniziando a prendere dei provvedimenti.

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I legislatori contro le commissioni dei fondi comuni

La Commissione Europea ha lanciato una consultazione sulla distribuzione dei fondi, allo scopo di identificare le barriere e favorire la concorrenza tra i paesi membri.

Ci sono poi dei politici europei particolarmente attivi nella “guerra alle commissioni”, come il parlamentare europeo che rappresenta la Germania Sven Giegold. “Costi e commissioni sono troppo alti rispetto ai rendimenti. Le commissioni di performance giocano in tal senso un ruolo-chiave”.

A questo proposito, una ricerca del nostro ufficio studi condotto sulle maggiori società di investimento italiane (considerando quelle che si occupano sia di prodotto, sia di distribuzione dello stesso) rivela che nel 2015 le commissioni di performance sono cresciute mediamente dell’80% rispetto all’anno precedente, a fronte di un dimezzamento delle performance delle azioni.

Il nostro studio documenta anche che queste commissioni di performance hanno portato un significativo contributo ai risultati delle cinque società analizzate (in misura del 74-30% dell’utile).

A livello europeo, è molto interessante il caso dell’Irlanda, dove Garet Murphy, direttore della supervisione dei mercati alla Banca centrale irlandese, ha lanciato un’indagine rigorosa sulle commissioni dei fondi.

Utilizzando i dati delle società che creano fondi e i documenti per gli investitori, l’istituto bancario centrale punta a costruire un modello statistico per capire meglio i TER. “Ci serve a capire il livello di trasparenza e a verificare se gli investitori ottengono quello per cui pagano”, ha spiegato Murphy al Financial Times.

E in Italia? Probabilmente dovremo aspettare almeno fino al 2018. Il 3 gennaio di quell’anno dovrebbe infatti entrare in vigore la Mifid 2 (salvo ulteriori rinvii). La direttiva dovrebbe migliorare la trasparenza sui costi, poiché vieterebbe il pagamento delle commissioni ai wealth manager e consulenti finanziari indipendenti.

Anche se nessuno più del mercato stesso potrebbe persuadere meglio gli asset manager ad abbassare le commissioni.

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