Lampi di colore nel mercato americano – Sersale di Anthilia commenta

Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners Sgr, commenta la decisione del governo americano di chiudere gli uffici pubblici.

In barba a un consenso che dapprima lo riteneva improbabile e successivamente lo vedeva durare 12-24 ore, lo shutdown governativo US entra nella sua seconda settimana di vita, senza che si intraveda chiaramente un ipotesi di accordo. Vi sono stati alcuni segnali di un indebolimento del fronte Repubblicano, ma ad oggi il leader Boehner continua ad escludere un accordo che non preveda concessioni, mentre i Democratici e il Presidente Obama rifiutano ogni negoziazione condotta sotto la minaccia di un default.

Abbandonato il tentativo di rinviare la riforma sanitaria, i Repubblicani puntano ora a concessioni in termini di budget e tagli alla spesa, portando il dibattito su un terreno più ostico per i Democratici e il Presidente Obama, dal momento che il 55% degli americani ritiene che il debt ceiling dovrebbe essere alzato, ma contestualmente al varo di tagli alla spesa pubblica.
E’ sempre presente la possibilità di un accordo di breve, che rinvii la questione di un paio di mesi. Ma ovviamente il sollievo offerto da un accordo del genere sarebbe davvero effimero, riproponendo nel volgere di qualche settimana lo scenario di settembre scorso.

Una volta compreso che non ci sarebbero stati annunci, ieri sera Wall Street ha annullato il recupero favorito dalle news di NBC, chiudendo sui minimi. La seduta asiatica ha pero mostrato una sostanziale tenuta, guidata da Shanghai, che riapriva oggi dopo una settimana di vacanza. Tra i driver della performance, apparentemente le iniezioni di liquidità operate dalla PBOC. Al sentiment nell’area ha apparentemente contribuito la business confidence australiana ai massimi da 3 anni.

Tra i dati macro europei, una certa attenzione hanno ricevuto i factory orders tedeschi di agosto, usciti nuovamente sotto attese (-0.3 da prec -1.9% vs attese per +1.1%) anche se la debolezza è attenuata dalla revisione al dato precedente, passato da -2.7% a -1.9%. Il quadro è completato da un trade balance tedesco di agosto a sua volta debole. Domani la produzione industriale tedesca di agosto chiarirà un po’ la situazione, ma sembra che la divergenza tra le survey (PMI, IFO etc) e i “hard data” prosegua.

In US, tra i pochi dati a non essere rinviato causa shutdown, è uscito il NFIB Small Business Optimism di settembre, in marginale calo (93.9 da prec 94.1 vs attese per 94.3) ma sempre nei pressi dei massimi post crisi. Il sottoindice dedicato alle assunzioni è passato da 10 a 9, sempre su livelli elevati. Certo, la lettura precede la recente impasse politica, che, se non si sblocca, finirà per avere un impatto significativo.

A meta’ pomeriggio si è diffusa la notizia della telefonata di Obama a Boehner in cui ha ribadito che non ha intenzione di negoziare, e lo farà solo dopo che lo shutdown sarà stato rimosso e il tetto al debito alzato. Su questo, Wall Street ha preso nuovamente la via del ribasso, trascinando le borse europee ad una chiusura marginalmente negativa.
Dopo giorni passati sugli scudi, i bond periferici si sono assestati oggi, complici gli arrivi di un nuovo 7 anni BTP e un 30 anni spagnolo, entrambi affidati a sindacati di collocamento. In ogni caso gli allargamenti ammontano ad una manciata di basis points.

CONSIDERAZIONI PERSONALI
Pur con il ribasso delle ultime ore, Wall Street continua, all’ottavo giorno di shutdown e a 10 giorni dalla deadline indicata dal tesoro, ad avere un comportamento composto. Il motivo è noto: gli investitori non scaricano i portafogli per timore di perdere il rally che certamente seguirebbe uno sblocco improvviso della trattativa. Ironicamente, la tranquillità dei mercati disincentiva le parti a raggiungere un accordo, il che spiega come mai questa situazione si sta protraendo oltre ogni previsione della vigilia.
 

In realtà, lontano dai riflettori, che sono naturalmente puntati sull’azionario, altri indici segnalano una tensione crescente: Il credit defaut swap del Tesoro US a 1 anno (ovvero il costo, in basis points, per assicurarsi contro un default dello stato US entro 12 mesi) è quadruplicato nelle ultime 2 settimane, passando da 12-13 bps a 60 (nel grafico si nota anche la fiammata nell occasione analoga del 2011).

Parimenti, il VIX (l’indice che misura la volatilità implicita nelle opzioni sui titoli dell’S&P 500) è tornato sopra 20 per la prima volta da giugno, e i rendimenti dei TBill US e i tassi monetari sono saliti significativamente, pur restando su livelli bassissimi storicamente. L’odierna asta dei Tbill a 4 settimane ha visto il rendimento passare a 0.35% dal precedente 0.12%.
Alcuni di questi indicatori riflettono l’attività di Hedging . In altre parole gli investitori si coprono i rischi in portafoglio comprando attività che in caso di un serio incidente “esplodano” al rialzo, come la protezione sullo stato US o le put sull’azionario (il cui incremento di prezzo viene riflesso nel Vix).

L’attività di hedging è però un arma a doppio taglio. Da un lato ha un effetto positivo, nel senso che una popolazione di investitori che ha in piedi degli hedge è meno propensa a farsi prendere dal panico. Dall’altro, nel caso questo panico arrivi, il complesso delle operazioni di hedge funge da acceleratore del movimento, costringendo i fornitori di queste strutture a significative liquidazioni per neutralizzare l’impatto sui book.
Si tratta quindi di indicatori da sorvegliare attentamente.

Tornando al circolo vizioso tra mercati e politica (i primi non panicano, la seconda non si muove), l’impressione personale è che se non avremo sviluppi nei prossimi giorni, la calma abbandonerà progressivamente il mercato.

In primis, in passato è quasi regolarmente successo (in varia misura). In secondo luogo, pur in maniera composta, il mercato sta scendendo, almeno in US. Presto o tardi una parte degli investitori si stancherà di questo stillicidio di performance e del crescente rischio di un serio incidente, e ridurrà le posizioni, dando il via ad un accelerazione.

Il 18 ottobre, data indicata dal vicario del Tesoro US Lew, non coinciderà col default US.
Diversi studi hanno già indicato il 30 del mese come termine effettivo delle risorse finanziarie e inoltre, come scritto ieri, il tesoro ha diverse armi per evitare di risultare inadempiente.
Detto ciò, il 18 (o un intorno di esso), se raggiunto senza una soluzione concordata per il debt ceiling, rischia di marcare l’inizio di una fase assai più volatile dei mercati, nonchè lo spartiacque oltre il quale l’impatto del impasse politica lascerà gravi segni sul ciclo US e, inevitabilmente, quello globale.

 

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