La finanza islamica finanzia le aziende italiane che puntano sui paesi “piattaforma”

La stagione dell’export italiano è al tramonto. Gli imprenditori del Paese devono crescere all’estero penetrando i paesi esteri che presentano un interessante bacino di consumatori con prodotti pensati per le esigenze specifiche del mercato locale.

Il monito arriva da Giovanni Roncucci, presidente della società di di consulenza Roncucci & Partners e autore del saggio ‘L’internazionalizzazione del tortellino’. 

Parlando a Milano durante la conferenza ‘Primavera del Med-Golfo’, organizzata il 16 maggio dalla fondazione Istud, Roncucci ha ricordato che le imprese italiane devono riscoprire la capacità di valorizzare i prodotti ‘Made in Italy’ sui mercati internazionali.

“L’Italia oggi sconta ritardi. Il ‘piccolo’ italiano che definisce le basi del tessuto imprenditoriale era bello. Ma è ancora bello? L’italia è ormai in piena recessione da tre trimestri (l’ultimo dato dell’Ista suggerisce una calo del prodotto interno lordo dello 0.8%, ndr), e per rilanciare il nostro sistema paese nell’area del Mediterraneo dobbiamo capire quale situazione troveremo in questi paesi, per esempio in Tunisia, Marocco e Libia,” ha spiegato Roncucci.

In Marocco il tasso attuale di analfabetismo è pari al 50%, mentre in Tunisia operano oltre 200 imprese italiane che quotidianamente affrontano un paese in cui la presenza militare resta molto forte.

In attesa delle elezioni in calendario in giugno, la Libia resta un paese armato e l’ambasciata italiana a Tripoli mantiene un outlook di cautela sul paese. Infine, in Egitto l’economia del paese sta soffrendo il calo del settore del turismo.

“Nel valutare un investimento, un’azienda italiana deve considerare alcune questioni ancora senza risposta. La transizione politica in questi paesi avrà sbocchi democratici? Le democrazie saranno in grado di reggere e si possono prevedere nuove ondate di proteste? Bisogna dunque tenere conto che la situazione non è normalizzata,” Roncucci ha ricordato. 

Contemporaneamente a queste considerazioni, l’Italia deve essere in grado di sviluppare una cultura più ampia dell’internazionalizzazione e non approcciare ogni mercato con un singolo prodotto, che in tempo di crisi potrebbe fare più fatica a vendere.

“Alcuni paesi vanno considerati come piattaforma. La Tunisia può esserlo per esempio per andare in Libia e in Marocco. Serve leggere i mercati in modo strategico per vendere nei paesi limistrofi, riducendo il conto dell’investimento. Pensare strategico vuol dire ricordare che ci sono aziende che scelgono di produrre in India per vendere in Sud Africa. Il concetto di piattaforma può essere ampio,” ha concluso Roncucci.

Al consulente ha fatto echo Hatem Abou Said, economista di Al Baraka Banking group, banca con sede in Bahrain presente in 15 paesi, tra i primi 500 istituti di credito mondiali.

“I paesi arabi hanno sofferto regimi di lunga durata e in parte scontano la crisi economica del mondo industrializzato. Il consiglio è di internazionalizzare il patrimonio delle piccole  e medie imprese in direzione del Mediterraneo e dei Paesi del Golfo,” ha detto Abou Said durante la stessa conferenza.

La finanza islamica può essere lo strumento ponte per favorire questo scambio nonostante la crisi, e le economie del mondo occidentale e le aziende italiane sembrano essere pronte a cogliere queste opportunità proprio a causa delle difficoltà di finanziamento incontrate sul mercato domestico.

“La finanza islamica è nata negli anni ‘70, ma è rimasta poco attiva fino all’inizio del 2000. Si basa sui principi economici della legge islamica della sharia, ma a volte si fraintende la prudenza che richiede nell’intervento finanziario con i limiti etici. La finanza islamica non pone limiti etici,” ha spiegato l’economista, che ha ricordato che solo considerando HSBC, la crescita annuale nell’emissione di sukuk, i bond islamici, è di circa il 20%.

 

 

 

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